Nel novembre del '95 entrai all'Ikea. Mi misero subito a lavorare nella squadra di riempimento del self service. Definizione altisonante per identificare un lavoro consistente essenzialmente nel riempire gli scaffali di merce, pacchi che contenevano mobili che i clienti poi si sarebbero caricati su un carrello e portati via a casa. Inutile dire che dopo un po' di tempo "squadra di riempimento" assunse il significato metaforico di saturazione scrotale.
Lavoravo con Rino , detto piccolo Buddha, per la sua pelata , l'aspetto da Buddha cinese e le perle di saggezza che sfornava di giustezza, quando ce n'era bisogno, Roberto detto il Patata vuoi per la tenerezza da ragazzone ma anche perché quando ti affibbiano un soprannome, a meno che non sia "u tiradrittu", sei già un personaggio e te lo tieni stretto , Darietto, detto Pillola Blu, non certo per assonanze con il viagra ( non esisteva ancora, parliamo di un'epoca precedente) ma per la conoscenza enciclopedica sui vari tipi di plegine in pillole di vari colori da calarsi in scalcinate discoteche di periferia e noto per i suoi discorsi nazistoidi che si concludevano con uno dei suoi refrain peferiti:" bisogna negare anche l'evidenza"-sembra che lo dicesse un criminale nazista piuttosto noto in Italia per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, tale Erich Priebke -e qualche altro svalvolato che si perde nella memoria.
Come tutti i gruppi di lavoro di epoca fordista avevamo i nostri caporali-come diceva Totò tutti noi abbiamo un caporale-che si chiamavano Gigi e Roberto. Si aggiravano fra gli scaffali con dei transpallet elettrici dritti e impettiti per controllare il nostro riempimento: urlavano e cazziavano ma erano due "can che abbaiano non mordono". Noi facevamo finta di chinare il capo ad ogni loro rimbrotto e poi quando si allontanavano continuavamo a chiacchierarcela della grossa. Ce ne fossero , così, di questi tempi. Li ricordo con nostalgia.
Dopo qualche tempo conobbi uno che andava in giro camminando come se corresse, con un mazzo di chiavi che gli ciondolava dai pantaloni a mò di campanaccio vaccino, i capelli corti e un perenne sorriso beffardo stampato sul viso, sul metro e settantacinque, magro e orecchie traforate da orecchini ricavati da gusci di cocco marroni.
Mi ricordo che mi presentai e gli dissi che quei due , i caporali, comunque, rompevano i coglioni e non permettevano che noi parlassimo, seppur mentre facevamo andar le mani.
-Beh, che vuoi fare, dammtrà, l'è inscì, primo o poi ven fora un rebelot, disse.
Sono quasi trent'anni che vivo nel milanese e ancora oggi sono le uniche cazzo di parole di milanese che ho imparato e memorizzato. Avendo conservato il mio originario accento pugliese alla Sacco di Sacco e Vanzetti.
Era simpatico e voleva bene a tutti, persino a quelli che non si comportavano bene o che esageravano nel volersi imporre gerarchicamente. Mi colpì subito un aspetto che lo caratterizzava e che lo avrebbe caratterizzato tutta la vita: era costituzionalmente incapace di odiare qualcuno. Lo soprannominai presso il pubblico di fantasmi che albergava nella mia testa:" il buono". Anche se lui si faceva chiamare "Il Losco". Ma non ho mai capito perché. Forse perché "Il Losco" era l'aspetto che cercava sempre di smascherare in chi era torbido negli atteggiamenti e nei comportamenti.
Ma torniamo alla frase." dammatrà, l'è insci, ven fora un rebelot". Beh questo mantra mi ha accompagnato tutta la vita, fino ad oggi. Tutta la vita vissuta con Il Buono , come collega di lavoro , come collega delegato sindacale e come amico. Perché questa frase a seconda dell'intonazione , del contesto, del momento e delle circostanze poteva significare molte cose: sia positive che negative. E quando lo diceva, anche se praticamente non significa niente, ogni volta assumeva un significato dalla portata magistrale. Il Buono , in realtà, si chiamava Luca. L'imperfetto del verbo non inganni, ma è per la forma narrativa. E' vivo e vegeto ancora oggi . E vive ma non vegeta. Tutt'altro. E sono passati quasi 25 anni.
Passavano gli anni e l'azienda andava avanti inglobando e spuntando fuori di tanto in tanto esistenze masticate fino a consunzione, ma Il buono era sempre lì, al suo posto. Persino quando mi chiese di entrare nel sindacato. Senza nemmeno chiedermi se volessi tesserarmi.
-Devo farmi la tessera?, gli chiesi una volta.
-Dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot, disse . Capii che per lui non era veramente importante. E proprio per questo mi feci la tessera del sindacato. Della Cgil.
E cominciammo a fare sindacato insieme.
Poi l'amicizia tracimò nelle scorribande per locali notturni. Perché l'impegno sindacale, il lavoro, che cazzo sono se alla fine non puoi neanche berti una birra in santa pace con un amico?
Insieme a noi in queste scorribande c'era un altro genuino prodotto proveniente da quell'esercito di uomini blu che vivevano nelle segrete e buie campate del deposito dell'azienda e che andava genericamente sotto la definizione di Logistica: il Silvio.
Il Buono, Luca, Silvio, detto Iguana per l'impressionante somiglianza con Iggy
Pop e io che venivo chiamato il Professore, per via della mia verbosità che faceva venire la pellagra alle palle , al termine dei lunghi turni di lavoro che la pellagra alle palle la facevano venire a prescindere (fu allora che fu inventato il termine "pallagra"), insomma noi tre, demmo vita negli anni '90 ad un trio che terrorizzò le birrerie di mezza Milano , nonché il teatro pub Nidaba, sito sui navigli ; trio cui fu messo un nome di battesimo del tutto lisergico : trio LSD. Dalle iniziali dei nostri nomi: Luca , Silvio, Danilo.
Le forze dell'ordine di Milano, negli anni novanta furono impegnate oltre che sul fronte criminale per antonomasia, anche sul fronte risse da Bar e affini. Situazioni alcoliche dalle quali ci tirava sempre fuori Il Buono. Non eravamo cattivi , era che ovunque si andasse nei pub di Milano non s' aveva il senso dell'umorismo. Come quella volta che a un maresciallo dei carabinieri siciliano fuori dal Murphy's , mitico pub irlandese di via Savona , mentre ci rivestivamo dopo aver ballato nudi sul bancone del suddetto pub irlandese, Il Buono se ne venne fuori con quella frase che ci fece scompisciare tutti. E indovinate cosa replicò Il Buono quando il maresciallo siculo disse- mi avete scassato la minghia, sempre voi siete, ma case non ne avete dove stare?
-Dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot, disse il Buono.
Silvio rise e gli cadde la dentiera nella birra scura.
-Figa, disse, maresciallo, dovete mandare il nucleo sommozzatori e ripescarla .
Per poco non ci arrestarono.
E poi le litigate con Cofferati e con la Camusso. Gia segretari della Camera del Lavoro di Milano. Che poi divennero segretari generali della Cgil. Ci odiavano perché noi non firmavamo nessun accordo.
-Dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot, disse Il Buono a Cofferati.
-Dovete firmare un cazzo di accordo, ora basta, disse Il Coffe.
-Per voi è importante firmare, disse il Buono, ma per i lavoratori è un buon accordo?
-Firmate , urlò Cofferati.
-Firmate, urlò la Camusso.
-Ecco perché vi chiamano segretari, disse Il Buono quella volta. Dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot, siete come quelle segretarie che metton la carte da firmare sulla scrivania ai padroni senza capire cosa c'è scritto dentro. Ragiunatt, vi dovrebbero chiamare.
Fu allora , grosso modo, balla più balla meno, che nacquero i Cobas.
E poi venne l'amore.
Il Buono una volta mi disse che gli piaceva una collega. Si chiamava Simona, per gli amici Simo, per il Buono Sim Sim. Per me Sim Sala Bim. Dico così perché in men che non si dicesse si ritrovò questa sorpresa d'uomo al suo fianco senza neanche sapere perché e come mai. In realtà la colpa è mia : una volta Il Buono mi disse-dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot, sai che mi piace la Simona?
Non l'avesse mai detto. Dieci minuti dopo ero al tavolo della mensa aziendale con Simona tessendo le lodi del Buono, lodando le sue doti amatorie, le donne avute e fatte soffrire , il fascino del rivoluzionario e tutto il resto , come avrebbe detto Kerouac. Ma io non sono Kerouac, per cui Simona mi credette. E Sim Sim Sala Bim ora sta insieme a Luca il Buono. E a parer mio hanno dato vita al più interessante esperimento di Ogm mai esistito. Prima di Lucio Magri e Adriana Poli Bortone. Prima di Nunzia De Girolamo e Francesco Boccia. Il Buono è un sindacalista rivoluzionario (della corrente buddhista, visto al lancio dei candelotti dei poliziotti ha risposto al massimo con un lancio di cerotti) e Simona, Sim Sim Sala Bim un'aziendalista coi fiocchi (si spera non d'avena). Vuoi vedere che tutte le cazzate che avevo detto sull'ars amatoria di Luca il Buono erano vere? Ma tra i legami chimici non ci metto dito, potrei restarne privo.
Poi un giorno di recente Il Buono, che aveva fondato i cobas in azienda, ha organizzato una manifestazione e uno sciopero in difesa di alcuni lavoratori, non proprio della sua azienda, ma che lavoravano per la sua azienda. E che nessuno si era interessato a difendere. Il Buono si è letto i contratti le clausole e subito, saltellante come un grillo, dammatrà l'è inscì, ven fora un rebelot, ha individuato il marcio districandosi nella terminologia avvocatizia. Perché lui, il Buono, ha questa cosa qui. Lui vede il marcio e l'ingiustizia prima di ogni altro, perché la sente sulla sua pelle , la avverte a livello inconscio, e non c'è bisogno di aver fatto troppa università per capirlo. E' una vocazione. Per questo qualcuno ha pensato di licenziarlo , per toglierlo di mezzo, perché la bontà, non il buonismo, sono cose pericolose per chi fa profitto.
Ma lui non si è certo dato per vinto. Perché lui è uno che la lotta ce l'ha nel sangue, che l'ingiustizia la vede prima di ogni altro. Come tutte quelle volte che in assemblea mentre si discuteva di cose che sembravano accettabili, lui, saltava su e urlava:" dammatrà, l'è inscì, ven fora un rebelot".
Luca il Buono ci manca molto. Ci manca molto per molti motivi. A me manca come compagno di mille battaglie e come amico.
E tante volte, quando sono in questo negozio di mobili , nello Store, come lo chiamano certi per darsi un tono e cammino per andare in mensa a passare qualche momento di pausa, di ritorno dai reparti di vendita e affini, passando sul ballatoio, mentre giù in basso, imperversa la battaglia per l'acquisto, con code di clienti in cassa tipo dragoni cinesi, mi sembra di sentire il trillo di quel mazzo di chiavi e la camminata sganga, il sorriso beffardo e lo sguardo vispo, gli occhiali da prete di strada, gli orecchini da selvaggio del Borneo, è lui, mi sembra di riconoscerlo, è Luca il Buono, che da lontano mì fa:" dammatrà , l'è inscì, ven fora un rebelot, figa, el giudice m'ha reintegrà ".
Auguri per i tuoi 50 anni, caro amico e compagno!